23 settembre 2020

La notte di halloween è da sempre stata molto sentita a Rough Rock. A dire il vero, ogni ricorrenza era diventata nel tempo sempre più importante, perché in quella cittadina non succedeva mai niente. I pochi abitanti si conoscevano tutti e la maggior parte dei ragazzi che finivano il liceo abbandonava la contea per iniziare una nuova vita al college. Quasi nessuno, terminati gli studi, ritornava al paese d’origine: la laurea consentiva loro di trovare lavoro nelle grandi città e vivere una vita diversa e lontana. Impossibile darli torto.Così, le festività erano le uniche occasioni durante l’anno per rompere la monotonia di quel paesino dell’Arizona, circondato dal deserto e visitato dai politici solo nel periodo delle elezioni.

Il piccolo Tim non aveva amici, la sua timidezza e la sua insicurezza l’avevano isolato dai coetanei e dai compagni di scuola. Piccolo e gracile, era una facile preda per bulli e spacconi, che non aspettavano altro che le occasioni giuste per prenderlo di mira, sempre con scuse diverse, per le sue grandi orecchie a sventola, per la sua passione per i libri fantasy e a volta anche solo perché andava bene a scuola. Gli avevano affibbiato il soprannome di “Tonto Tim”. Lui con i suoi 12 anni, senza fratelli maggiori e con una madre assente che passava il suo tempo ipnotizzata davanti alla televisione, non era in grado di difendersi. Era un bambino buono e gentile, forse troppo sensibile per crescere a Rough Rock, dove la piccola comunità isolata dal mondo aveva una gerarchia sociale chiusa, proprio come la loro mentalità. Quell’anno per Halloween sua mamma aveva deciso di alzare il suo grasso e sudaticcio posteriore dal divano per cucire un vestito tutto marrone al figlio. Si impegnò così tanto che riuscì persino a fissare sull’orlo delle maniche e del collo dei pezzi di stoffa verdi che ricordassero delle foglie verdi. Tim da parte sua era entusiasta della cosa perché qualche giorno prima, all’emporio, aveva comprato per pochi dollari una maschera in gomma piuma a forma di zucca, con occhi e bocca. Pensava che fosse proprio bella e che indossandola nessuno l’avrebbe riconosciuto, così lui si sarebbe goduto la magica serata andando di casa in casa per il classico dolcetto o scherzetto. La sera, le strade di Rough Rock brulicavano di persone mascherate: vampiri, mostri ma anche indiani e principesse bussavano alle porte e attendevano nelle verande. Tutti i giardini erano illuminati da fiaccole e lampade di carta, ragnatele di cotone e pipistrelli di plastica pendevano dalle finestre e dai balconi. L’atmosfera era suggestiva e la felicità elettrizzava l’aria del paese mentre tutti gli abitanti erano in festa. Anche Tim era felice e se ne andava in giro con un’enorme sacco di juta. “Ho fatto bene a prenderlo così grosso perché sicuramente riceverò tantissimi cioccolatini e caramelle quest’anno”, pensava tra sé e sé. Peccato che non avesse considerato l’agguerrita concorrenza che, come uno sciame di cavallette, prosciugava letteralmente ogni riserva di dolcetti. Era già passata un’ora, il suo sacco era ancora praticamente vuoto e il piccolo incominciò un po’ a rattristirsi.

Quando suonò al campanello della Signora Macfarlen, che era risaputamente uno dei punti sicuri del paese per quanto riguardava i dolci, dall’altra parte della strada, un ragazzo di circa vent’anni, con indosso la giacca della squadra di football del liceo e la faccia pitturata di bianco per assomigliare a un teschio, lo guardò da lontano.

«Ehi, ma quello non è forse tonto Tim?» chiese a un gruppo di altri quattro, travestiti come lui, che stava alle sue spalle.

«Sai che penso proprio di si, mi sembra di riconoscere la sua andatura da scemo» rispose uno di loro mentre succhiava l’ultimo sorso da una lattina di birra».

«Dai, facciamolo spaventare di brutto» continuò il primo ridendo «seguiamolo».

Gli altri approvarono in branco la perfida idea e iniziarono il pedinamento tra i fumi dell’alcool. Naturalmente il nostro amico non si era accorto di niente, era troppo preso dal suo obiettivo e la serata stava svolgendo al termine, aveva promesso di tornare a casa entro mezzanotte. Anche se sapeva che la madre si sarebbe in ogni caso addormentata prima e che quindi lui avrebbe potuto tranquillamente violare il coprifuoco senza essere scoperto, Tim era un bambino responsabile e diligente e non prese neanche in considerazione l’idea di disubbidire. Ormai quasi convinto che quell’anno il suo zuccherato bottino fosse destinato a rimanere piuttosto misero, si ricordò di alcune case in fondo alla via che passava davanti alla vecchia palestra del paese, chiusa ormai da anni e che non aveva mai fatto colpo sui clienti. “Sicuramente lì non ci è ancora andato nessuno”, si ripeteva mentre saltellava dietro l’angolo all’inizio della strada.

«È il momento giusto ragazzi» disse al gruppo il capetto della banda, già notevolmente su di giri ed eccitato».

«Prendiamolo da dietro e portiamolo dentro la ex palestra, tanto le porte sono aperte».

Come sciacalli incurvarono le schiene e accelerarono il passo silenziosamente. Le luci e i suoni della festa erano lontane in quel vicolo buio e Tim, guardandosi intorno, incominciò ad avere paura e decise di tornare indietro, alla fine i dolcetti non erano poi così importanti. Quando si girò, i cinque gli si gettarono addosso e lo strattonarono dentro allo stabile abbandonato. Era spaventato a morte, l’oscurità gli impediva di distinguere bene le figure che lo avevano aggredito. Incominciò a piangere, a strillare e a dimenarsi. Riusciva solamente a sentire risate nell’ombra e una cantilena in coro: «Tonto Tim dove vai? Tonto Tim dove vai?».

Disperato, riuscì a graffiare la faccia di quello che lo teneva per le spalle e a liberarsi dalla stretta. Incominciò a corre alla cieca.

«Prendete quel piccolo bastardo» disse il ragazzo con il volto segnato dalle unghie.

Dopo pochissimi metri inciampò su qualcosa di metallico e cadde a terra, alzò lo sguardo e capì di essere caduto su degli strumenti d’allenamento ancora incellofanati: era una fisio-station di Fisio Store nuova di pacca, arrivata troppo tardi per salvare il business di quella palestra. Si sentì trascinare per i piedi. Allungò la mano per cercare d’ aggrapparsi agli attrezzi ma i cinque ragazzi erano troppo forti e lo trascinarono nelle tenebre.

«Adesso ti diamo una bella lezione ragazzino».

Poi rumori di colpi sordi, di calci e di pugni, d’inaudita violenza e di rabbia.

Quando si aprì la porta principale, sotto il chiarore pallido di quella che una volta era la porta principale della struttura, il piccolo Tim uscì soddisfatto, trascinando un ingombrante peso.

La sua maschera si era contorta in un terribile sorriso e gli occhi erano diventati luminosi come la fiamma di una candela: finalmente il suo grande sacco era pieno.

Felice Halloween a tutti.

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